Cosa fare per evitare che 11mila startup spariscano in due mesi
di Gianni Luna - Repubblica

Quanti sono coloro che con questa crisi rischiano di perdere tutto? Tanti, al punto che qualunque elenco probabilmente rischia di lasciare fuori qualcuno. Ma da tutti gli elenchi che girano manca sempre la stessa categoria: le startup. Se non sapete bene cos’è una startup potremmo spiegarlo così: una startup è il futuro. Meno epico: una startup è una nuova impresa che ha in sé gli elementi per diventare una delle grandi aziende che, cambiando il modo in cui si fanno le cose o inventando nuovi servizi, ci daranno benessere, ricchezza, posti di lavoro e un ruolo nel mondo.

Per fare un esempio: le prime cinque grandi aziende del pianeta (in termini di capitalizzazione di mercato, il valore di Borsa) 30 anni fa non c’erano. Qualcuno, con una idea nuova, le ha create e oggi sono lassù, davanti a tutti. In Italia ci sono circa 11 mila startup registrate. Sono tante ma non siamo un paese leader in questa materia. Anzi, siamo fra gli ultimi in Europa. Non ci mancano il talento e il coraggio. La vicenda di Isinnova, la startup bresciana di Christian Fracassi che in poche ore ha stampato in 3D 100 valvole respiratorie e modificato 500 maschere da snorkeling destinandole ai reparti di terapia intensiva degli ospedali locali, lo dimostra in maniera lampante.

Il fatto è che dopo aver varato in ritardo una legislazione favorevole, le abbiamo lasciate senza benzina (i soldi) e in un contesto culturale sostanzialmente ostile: provate a nominare una startup all’ufficio acquisti di una grande azienda o della pubblica amministrazione e con rare eccezioni vi guarderanno come se aveste bestemmiato.

Con il paese fermo per il coronavirus le nostre 11 mila startup rischiano di chiudere, non a fine anno ma fra due mesi. Non è una previsione esagerata. Sono imprese giovani, di solito in perdita perché per crescere investono tutto in ricerca e marketing, e non possono resistere se il mondo resta fermo. Sono come delle piantine appena nate quando arriva una gelata. Il Covid-19 è la gelata.
 
Questo tema è dibattuto in tutto il mondo occidentale. Il governo francese il 25 marzo si è impegnato a versare 4 miliardi di euro per sostenere le sue startup; negli Stati Uniti la proposta sul tavolo del Congresso è di 10 miliardi di dollari. Parliamo di paesi molto diversi: non servono tutti questi soldi per evitare che in Italia 11 mila progetti imprenditoriali innovativi finiscano nel cestino, sprecando talenti, capitale umano, tecnologie avanzate. Basta molto meno, ma serve un atto di coraggio subito. Per fare cosa? In Germania e nel Regno Unito si ragiona sulla possibilità di prestare soldi e lungo termine senza interessi da convertire eventualmente in azioni della società; un po’ ovunque si parla di sospensione di affitti e bollette e di nuovi termini per dichiarare il fallimento in caso di insolvenza.

Anche in Italia è in corso un dialogo fra le associazioni dei venture capital e il governo. E poi c’è il Fondo Nazionale Innovazione, entrato finalmente in azione a metà gennaio con un miliardo di euro di dotazione, che ha l’occasione di dimostrare subito che nulla è come prima. Che dalle parole siamo passati ai fatti. Aspettiamo fiduciosi il prossimo decreto ma deve essere chiara una cosa: non servono misure per il futuro, servono aiuti concreti adesso. Servono a tante categorie in Italia, nessuno lo nega. Ci sono tanti interessi legittimi da tutelare. E bisogni reali. Ma le startup non sono degli startupper. Le startup sono la politica industriale dell’Italia che verrà quando il coronavirus sarà alle spalle.

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